Tutto negli ultimi sedici chilometri (9% di pendenza media). È vero: la tappa è lunga 171 km. Però è piatta fino all’ascesa finale, una delle salite più iconiche del ciclismo.
Gentili signore e signori, è il giorno del Mont Ventoux. Potremmo raccontare di Montpellier, di Avignone, di Arles e di Nimes, della Camargue e della Vauclause (ben inteso: tutti luoghi interessantissimi, imperdibili). Potremmo anche parlare di come il Monte Calvo abbia ispirato Francesco Petrarca, lo scalò nel 1336, impresa che descrisse
in una lettera considerata un’allegoria della crisi spirituale e della ricerca interiore.
Ma oggi protagonisti assoluti sono la bicicletta e i suoi campioni, che qui hanno scritto pagine scolpite nella roccia di una memoria indelebile.
Mont Ventoux, la corsa di Froome
Storie dalle date indimenticabili, a partire da quel 1951 quando il Monte Calvo venne inserito per la prima volta nel percorso. Da allora tante date meritano di essere ripassate. Il 6 luglio 1965 Gimondi fu vittima di una crisi e rischiò di perdere il Tour. Due anni dopo, il 13 luglio 1967, l’inglese Simpson si accasciò al suolo e morì, lasciando dietro a sè dolore e polemiche. Il Ventoux è teatro di drammi, tragedie ma anche di commedie a lieto fine. Il 14 luglio 2013 Froome giunse primo in vetta. Tre anni dopo, il 14 luglio 2016, appiedato dopo un urto con un motociclista, inscenò una indimenticabile corsa a piedi verso il traguardo.

E come non ricordare le imprese di Merckx (10 luglio 1970), Pantani (13 luglio 2000) e Van Aert (7 luglio 2021), che fu protagonista di un capolavoro in una tappa con due scalate al Ventoux? Per noi italiani, impegnati di questi tempi a consolarci scandagliando nei ricordi, una data memorabile è il 18 luglio 1994, quando il gigante Eros Poli si presentò ai piedi della salita con 25 minuti di vantaggio, diede l’anima per vincere la forza di gravità, si lasciò andare in discesa e si presentò sul traguardo di Carpentras a braccia alzate.
Paolo Costa

