Marco Pastonesi è un esploratore. A lui piace il ciclismo visto all’incontrario, a testa in giù. Prende le classifiche, guarda chi è arrivato ultimo o quasi e nascono libri gustosissimi come “Il diario del gregario” oppure “Vai che sei solo”. Lascia perdere i supercampioni ed ecco ritratti come “Se cadono tutti vinco io-Dino Zandegù Cento storie vere al 90%”. Questa volta, come Livingstone e Stanley, è andato alla scoperta dell’Africa. Ma di un’Africa speciale, un’Africa in bicicletta. Così, mentre in Europa stiamo valorizzando le strade bianche e malediciamo le nostre trafficatissime arterie, Pastonesi ci offre un imperdibile “Strade nere-Cento storie di ciclismo africano e in Africa”.

Pubblicato da Ediciclo, il libro è una sorta di enciclopedia dove si racconta tutto, ma proprio tutto, sul rapporto tra la bicicletta e il Continente nero. È un volo negli anni ricco di dati e nomi, preciso ma non pedante, anzi ironico, esilarante, con un aneddoto dietro l’altro. Si comincia dall’800, quando qualche temerario si azzardò a organizzare le prime corse, e si giunge fino allo sbarco in Rwanda degli americani Tom Richey, inventore della mountain bike, e Jack Boyer. Due tipi tosti che aprirono nuovi orizzonti al ciclismo africano (gettando quel seme oggi diventato albero coi primi mondiali rwandesi). Ma si va anche oltre, anzi si va e si viene. La successione cronologica degli episodi non è rigorosa e va bene così. Si bevono tutti in un amen. In origine contarono le colonie, con gli europei che si dettero da fare in Algeria, Marocco, Tripolitania ed Eritrea. Poi si moltiplicarono qua e là le iniziative coraggiose di atleti europei disposti a sfide piene di incognite e alla ricerca di incerti guadagni, le competizioni spesso improbabili, le gare flagellate da condizioni meteo impossibili. Ed ecco nuove avventure in Stati meno facili da frequentare come Congo, Senegal, Burkina Faso e altri. Ecco i primi strambi africani che osano lanciarsi sulle strade del Tour de France.
Le storie di Pastonesi
Non sempre le storie hanno il lieto fine. Ma Pastonesi, che in Africa c’è stato diverse volte per la Gazzetta dello Sport, ha il merito di saper alleggerire anche le vicende più drammatiche, fatto salvo che molte sono proprio divertenti e basta. Di particolare interesse è la minuziosa ricostruzione del viaggio in Alto Volta di Fausto Coppi (poche settimane prima di morire), ma indimenticabili sono la cronaca delle scorribande africane di campioni come Bottecchia e Bartali, la storia di Froome e tanto altro. L’inizio del libro è fulminante: l’autore riferisce il momento esatto in cui fu colpito dal mal d’Africa. Era il 3 novembre 2006 e si correva una tappa del Tour di Faso. Desirè Kabore (“un burkinabè che non aveva né l’aspetto né il nome del corridore”) si lanciò in uno sprint per la conquista del 72° posto, ma non aveva né freni né pedali a sgancio. “Tra una botta al gomito e una botta al ginocchio-scrive Pastonesi- Desirè ebbe anche una gran botta di culo: la macchina contro cui si era schiantato era l’ambulanza”.
Paolo Costa

