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Paolo Bettini e Andrea Tafi: “Come la Mapei ha cambiato la nostra vita”

I due campioni toscani raccontano la loro esperienza in occasione del convegno “Un viaggio lungo 30 anni nelle esperienze sportive del Centro ricerche Mapei Sport tra passato, presente e futuro”

Paolo Bettini, campione olimpico, due mondiali, specialista delle Classiche Monumento, ricorda molto bene gli anni trascorsi alla corte di patron Squinzi: “Entrare alla Mapei ha segnato la mia vita in positivo. Ho iniziato a lavorare con Aldo Sassi  e con tutto lo staff del Centro Mapei Sport  nel 1999. È stato un sodalizio che mi ha permesso di crescere, sicuramente dal punto di vista sportivo, ma anche umano. Abbiamo avuto la fortuna di lavorare e di essere non solo ciclisti, ma anche parte integrante del sistema Mapei azienda. Se dopo trent’anni dalla nascita del centro Mapei e da ventiquattro dalla chiusura di quella grande squadra di cui ho fatto parte, siamo ancora qui, significa qualcosa. Se oggi ci siamo trovati ancora con la famiglia Squinzi è perché siamo riusciti a costruire una base, un rapporto umano che non è venuto meno a distanza di tempo”.

Prima di entrare nello squadrone Mapei lei si allenava un po’ a sensazioni. Conferma?
Aldo Sassi ha avuto una visione lungimirante perché aveva capito che la scienza applicata alla performance era molto importante. Sono passato professionista nel 1997 e sino al 1996 mi allenavo senza cardiofrequenzimetro. Per due anni ho usato questo strumento “a sensazione”, mentre a fine 1998 ho iniziato a prendere confidenza con i primi test di valutazione in previsione della stagione 1999. Quindi con Aldo Sassi ho iniziato a lavorare in maniera scientifica. Per i tempi era ancora un’esplorazione. Siamo cresciuti noi con loro grazie alle ricerche che effettuava Aldo Sassi, insieme al suo staff e ad Andrea Morelli, che noi corridori chiamavamo lo “scienziato”. Eravamo in fase di test. Oggi lo sport, che è altamente seguito dal punto di vista scientifico, arriva proprio da quella stagione.

Come vi siete resi conto, da corridori, dei vostri progressi?
Nel ciclismo avevamo un problema: riuscire a raggiungere tre picchi di forma durante la stagione perché è molto lunga. Si inizia a gareggiare a febbraio e si finisce in ottobre con il Giro di Lombardia. Era impossibile trovare la condizione e mantenerla per tutto l’anno. Insieme ad Aldo Sassi e ai preparatori abbiamo iniziato a sperimentare carichi di allenamento che portavano ai picchi di condizione programmati. Nel mio caso volevo essere al top per Amstel Gold Race, Freccia Vallone e Liegi, poi un piccolo calo per essere pronti in agosto per le gare di Coppa del Mondo. Il terzo picco di condizione lo raggiungevo nel finale di stagione per essere competitivo per il Mondiale e il Giro di Lombardia. Detto così sembra facile, applicarlo però non era semplice.

Quanto ha contato l’elemento umano all’interno del team?

Eravamo come una famiglia. Ognuno di noi aveva il proprio ruolo, c’era il rispetto assoluto per il lavoro di ciascuno, ma alla fine andavamo a mangiare la pizza tutti assieme! Si condivideva momenti di vita normali tutti assieme fuori dalla prestazione.

Andrea Tafi: “Non ho ma smesso di pedalare”

Andrea Tafi, una vittoria alla Parigi-Roubaix, un Fiandre, un Lombardia e tante altre corse, non ha mai smesso di pedalare: “Diciamo che per me la Mapei ha rappresentato tutto perché è stata la squadra che mi ha consentito di esprimermi ad alti livelli. Ho sicuramente un debito di riconoscenza sicuramente nei confronti della famiglia Squinzi e al Centro Mapei Sport che mi ha dato questa grande opportunità. Prima di approdare alla Mapei andavo a sensazioni. Ogni tanto usavo il cardiofrequenzimetro, ma non era un’abitudine. Il cambiamento è stato radicale. Con le nuove tecnologie, grazie al professor Aldo Sassi, siamo riusciti a costruire qualcosa di molto importante, le pietre miliari di un progetto che dura da ben trent’anni.

Quali sono i ricordi più importanti della sua carriera?

Senza dubbio l’arrivo in parata sul traguardo della Parigi-Roubaix del 1996, insieme a Museeuw e Bortolami. In quella occasione ho capito che la Parigi-Roubaix poteva essere la mia corsa, quella che da ragazzino ho sempre sognato. Nel 1999, poi, ricordo bene la cavalcata di 46 km che mi ha portato alla vittoria alla Parigi- Roubaix con la maglia tricolore.

La vedo in forma. Che cosa fai oggi?
Vado in bicicletta perché, come diceva Giorgio Squinzi, mai smettere di pedalare! Gestisco  un agriturismo a Lamporecchio, vicino a Vinci e accompagno i turisti in bicicletta nella mia bellissima Toscana. Non posso rinunciare alla bicicletta perché il ciclismo è stata la mia vita e gli sarò sempre fedele.

A cura di Angelo De Lorenzi

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