“Ci siamo dimenticati e vergognati anche del Natale. Invece, questo è proprio il momento in cui l’uomo domanda di ritrovare la propria nascita”. Così scriveva Giovanni
Testori, in una meditazione sull’argomento. Per lo scrittore occorre “trovare dentro di noi il bambino che il Padre ha creato; significa, insomma, trovare dentro di noi la possibilità della nostra vera innocenza”.
Giovanni Testori (1923-1993), scrittore, drammaturgo, pittore e critico d’arte. Artista scomodo. L’intellettuale di Novate (Mi) esordì con un romanzo – o racconto lungo – ispirato al ciclismo, il Dio di Roserio, pubblicato da Einaudi nel 1954. E’ una storia che ha il suo milieu nella periferia operaia milanese e nell’Italia del dopoguerra unificata dal Giro d’Italia e dalla voglia di farcela.
Testori, insomma, è partito proprio da lì raccontare; dalle vicende del Dante Pessina e del suo gregario Sergio Consonni. Il primo, il dio di Roserio, il campione di una piccola
società ciclistica, la Vigor, destinato a un certo e luminoso avvenire. Ma il successo presenta il suo conto. La gloria della ribalta verrà conquistata, ma a prezzo di dover
nascondere un misfatto. La fortuna e l’ascesa del giovane campione resteranno per sempre macchiate da un gesto d’infame slealtà di cui il Pessina si renderà protagonista, destinato
a diventare un tragico e rimorso e a insediarsi nella sua coscienza. Come per tutti i personaggi di Testori, che questo Natale sia il più possibile inquieto.
A.d.l.

