Stefano Allocchio è un mezzobusto. Ma non è un conduttore di telegiornale. È invece l’uomo che sbuca dal tetto della Toyota, bandierina in mano e fischietto pronto. È lui che dà il via alle grandi corse e che scatena il gruppo al chilometro zero. Lo vediamo spesso, in tv. Così come ammiriamo sempre il suo sorrisone alla Celentano, una postura che rivela la sua milanesità doc. Sarà lui a ereditare lo scettro di Mauro Vegni, direttore del Giro d’Italia in procinto di andare in pensione? L’esperienza ce l’ha, avendo interpretato per molti anni il ruolo di vice, tappa più recente di una vita dedicata alle due ruote. Prima, da corridore professionista tra il 1985 e il 1993, si dava da fare come velocista. Era benvoluto nel gruppo e può vantare quattro vittorie al Giro.
Alla sua promozione manca l’ufficialità. Molti la pronosticano imminente, mentre altri ritengono che in RCS Sport certe logiche stanno cambiando e perciò potrebbero esserci delle sorprese. Di sicuro l’ultima parola sul successore di Torriani-Castellano-Zomegnan-
Vegni, vidi, vinci
Mauro Vegni, cresciuto nella scuola romana di Franco Mealli e della Tirreno-Adriatico, lascia comunque ricordi belli. Qualcuno gli ha rimproverato un carattere non facile, ma certe invenzioni sono da annoverare nel solco della tradizione inaugurata dal mitico Torriani. Si pensi alla partenza da Gerusalemme, al Colle delle Finestre con l’impresa di Froome, alle imprese di Nibali (la neve sulle Tre Cime di Lavaredo), alle Grandi partenze all’estero sempre più spettacolari. Se fosse un corridore Vegni sarebbe un passista, uno la cui forza consiste nella regolarità della prestazione. Non ha la classe di Torriani, ovvio, ma può vantare grandi capacità. Quelle che gli hanno permesso di superare ostacoli come il Covid e di affrontare problemi e novità di un ciclismo in continua evoluzione.
Paolo Costa

