A Dunkerque s’intrecciano fughe e fughe, alcune entrate nella Storia con la S maiuscola, altre ancora da scrivere nella terza tappa del Tour. Dal 27 maggio al 4 giugno del 1940 dal litorale di Dunkerque vennero imbarcati soldati inglesi e francesi per la più pazza, incredibile, rischiosa operazione di evacuazione mai effettuata. Ricorrendo a navi, scialuppe e barchini di ogni tipo la ritirata permise il salvataggio di 337 mila uomini, scampati al fuoco tedesco proveniente dall’entroterra e dal cielo. Fu una fuga epica, indimenticabile, che il film “Dunkerque” del 2017, firmato da Christopher Nolan, ci ha raccontato attraverso immagini altamente spettacolari.
E poi, in una situazione del tutto diversa, decisamente meno drammatica, potrebbe esserci una fuga anche domani, questa volta non da ma in direzione Dunkerque. Pronostico vuole che in una tappa piatta, che ha solo un GPM di quarta categoria lontano dall’arrivo (Mont Cassel), il destino sorrida alle ruote veloci coi loro trenini organizzati. Ma la strada offre un’opportunità, più o meno velleitaria, anche ai cacciatori di visibilità e di traguardi (parziali e finale) nonché agli specialisti del colpo di mano prima dello sprint.
Abbasso le radioline
Nel ciclismo delle radioline, dei misuratori di potenza e dei computer il successo delle fughe sembra sempre segnato. Tanto più in posti come quelli che attraverserà la tappa, solitamente fustigati dal vento e pronti a inscenare lo spettacolo dei ventagli. Ma a Dunkerque, tra il ‘600 e il ‘700, imperversavano i corsari del mare del Nord: chissà che lo spirito ribaldo, trasgressivo, rapinatore non sia rimasto nell’aria, fino a stimolare un’azione intraprendente e vincente, degna di un terno al lotto.
Paolo Costa

