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E non chiamatemi più Cannibale. Oggi gli 80 anni di Eddy Merckx

Il 17 giugno del 1945 nasceva in Belgio Eddy Merckx, il corridore più vincente nella storia del ciclismo, trionfatore in 5 Tour e altrettanti Giri d’Italia, tre Mondiali, 33 classiche (tra cui 7 Milano-Sanremo). Come omaggio pubblichiamo un brano del libro E non chiamatemi più Cannibale, vita e imprese di Eddy Merckx, di Angelo De Lorenzi, pubblicato per la prima volta da Limina nel 2003.

20 marzo 1966. Sanremo, sinonimo di primavera. Che sboccia, che bussa alle porte, che irrompe, che grida; che scuote lo spirito, le membra e il corpo dal torpore.
Se a Milano, la bruma ragnatela i corridori, in Riviera il tepore è già benigno. Quando il gruppo binocola il mare è una bella festa. Ma c’è da pedalare, parecchio, e far fatica. Valli a capire, questi corridori… Eddy non è ancora il Cannibale. Ha vinto un campionato del mondo dilettanti a soli 19 anni, esordio tra i professionisti alla Freccia Vallone, corsa da duri. Nel 1965 raccoglie una ventina di affermazioni, c’è già chi si è accorto di avere a che fare con un signor corridore. Ma è ancora uno sbarbato, impossibile vederlo già campione, fatto e finito.
Per la Classicissima, così la Milano-Sanremo è chiamata in gergo dagli appassionati delle due ruote, gli italiani reclamano un posto al sole: Dancelli, Passuello, Balmamion, il veloce Poggiali e Durante, lesto a cogliere l’attimo giusto per uscire in volata allo scoperto e bruciare gli avversari. Le operazioni partono da lontano. A Spotorno, su Maes, fra gli avventurieri di giornata, riviene un gruppetto: De Rosso, Poggiali, Janssen, Letourt e Dancelli. «Michelino» è fra i più motivati.
Il capo Berta screma il gruppo di testa. Quelli della Molteni, specie nella prima parte della gara, si danno un gran da fare. A Michelino sorride l’idea. Si vede attorno e vede che i compagni di fuga  sono meno veloci e comunque sembrano stanchi. A Santo Stefano al Mare si dispiega la trama della corsa. Questa gara – la prima vera competizione del calendario ciclistico – ha dentro il fascino del mistero, buzzatiana, conserva nel gruppo la magia dell’attesa. Nei chilometri iniziali non succede praticamente niente, si sta come Drogo in attesa del nemico che mai arriverà. Al massimo una fughetta, i soliti sei o sette che menano per chilometri in pianura per il piacere di farsi vedere davanti, o per esigenze di sponsor. Poi sono risucchiati dal gruppo. I primi ad andare alla deriva si lasciano andare, mollano la presa e pare che cerchino persino la parte più a destra del marciapiedi come se volessero fermarsi. Ne rimarranno tre, poi due, infine uno solo, ancora per qualche centinaia di metri. Il più coglione ad arrendersi.
Dalle retrovie arrivano forte Durante e Merckx, e poi altri.
Michelino è costretto a ricacciare indietro il suo ottimismo. Sa che il belga è forte e poi Durante è veloce; felino quanto basta per preoccupare qualsiasi velocista. Dancelli, sul Poggio, prova a scattare, senza nemmeno pensarci troppo, per vedere l’effetto che fa; non c’è strategia, nessuno schema. Michele fa come l’artista che in un’inezia, prova a bucare l’universo. O la va o la spacca, mosso dall’ispirazione. La nota, così, viene su gagliarda e coraggiosa, fiera e imbelle. Taluni, appunto, la chiamano ispirazione. Solo nell’arte e nello sport è possibile; oppure, anche, in quelle discipline che ne discendono. Dancelli stecca, però, e dal gruppetto non se ne va. Peccato, ma è bello che ci abbia provato. Negli ultimi chilometri tenta Van Springen ad andar via di scatto. Ripreso. Ci pensa Durante a spegnere il fuoco straniero. Quando spiana via Roma, Dancelli, comunque, ci crede ancora. Veloce è veloce. D’accordo, c’è quel Durante che è pericoloso e il giovane Eddy che sui tornanti della Classicissima è venuto su come un indiano in cerca di scalpi e pare che oltre alle gambe mulini anche busto e spalle. Sprint velocissimo, vergheranno i giornalisti; la madre di Eddy sviene davanti al televisore. Van Springen è battuto, terzo; mentre dall’altra parte dell’asfalto è Durante che coglie la seconda piazza. Amaro è il quarto posto di Dancelli che ci rimane proprio male.
Pensava di poter vincere?[1] chiedono a Eddy.
«Perché non avrei dovuto? Va bene, mi manca ancora l’esperienza, come dicono alcuni osservatori, ma le gambe buone le ho». Diavolo d’un Merckx! Eddy, si scopre, ha lo stesso numero di pulsazioni del cuore di Bartali: 37 a riposo.

Sanremo, dopo la corsa. I giornalisti gazzettieri scrutano la gente che siede ai tavolini; sono animali annoiati, bestie scontrose, come quelle che un tempo popolavano i giardini zoologici delle città. La corsa è finita e Merckx ha vinto.
La vita, poi, oltre le transenne e al di là del traguardo, scorre come prima.
Ma da dove arriva questo Merckx? Forse da un piccolo villaggio del Belgio dove gli uomini si rintanano nei pub a tradire il tempo finito quello dedicato al lavoro?

Il padre di Eddy è uno speziale, un «borghese», si direbbe. Ha un negozio, è un commerciante. Compra e vende, è un lavoro sicuro. Il figlio potrebbe dedicarsi allo sport come svago e passatempo, non certo per affrancarsi dalla povertà come succede per tanti altri corridori. Eddy è un agonista nato, prova tutti gli sport, ed è un predestinato alla vittoria. Non vuole mai perdere. Per sfogarsi inizia con il calcio, poi passa pugilato e persino al ping pong, disciplina dove riesce a eccellere. L’agonismo lo avvinghia, la voglia di vincere lo prende alla gola. Sembra un bambino goloso che voglia affogare nel gelato. Anche se avesse una gamba sola, ci proverebbe comunque a star sempre davanti a tutti. Merckx è il protagonista di un romanzo di Maigret che non è stato ancora scritto, è uscito anche lui da un ordinario come tanti altri personaggi creati dallo scrittore, da un quotidiano senza eccessi, troppo noioso da essere sopportato. Eddy a furia di pedalare e forte a perforato quelle nebbie, quelle brume del Nord che lo penetrano fin dentro le ossa da quando era bambino.

Simenon usava solo duemila parole per raccontare la realtà, senza fronzoli aggettivi. Con duemila vocaboli dipingeva un set cinematografico godibile anche con il bianco e il nero in cui allineava uomini e donne della borghesia con il loro sentimenti, paure e passioni. Eddy ha usato più di duemila pedalate  per levarsi da quelle nebbie che cingono il quotidiano. È uscito dai bar frequentati dal commissario Maigret per andare incontro al sole di Sanremo, un sole tanto luminoso che gli uomini, quando camminano, devono ripararsi con il cappello.

Lui, Eddy, esce con prepotenza dalla noia di un mondo forse troppo preciso, misurato; dove ogni sera si va in birreria, dove la nebbia si leva, puntuale, ogni mattina d’autunno, dove le piazze, le vie e le case sono avvolte dai veli di vapore sempre uguali. Da tutta questa precisa, misurata umanità, Merckx fugge confortato dal talento ciclistico, supportato da quel genio che ispira dentro a fare grandi cose.

Merckx arriva sulla scena ciclistica come una sorta di marziano. In prima battuta si presenta con strani lineamenti che richiamano gli antichi popoli erranti delle praterie euroasiatiche, gente che appartiene alle tribù che dormono nelle tende. Il tratto del viso si distingue bene nel gruppo, dove le maggior parti delle facce sembrano più familiari: la bonarietà apparentemente contadina di Gimondi, la ruvidezza dell’operaio gentile in Panizza, con pure il piglio del sindacalista. Poi ci sono i francesi con le loro espressioni da nobili e paysans. Alcuni di loro ricordano i personaggi delle canzoni di Brassens. Il belga, invece, è poco belga nei tratti, diciamocela tutta: ha dell’indiano. E sembra pure molto furbo, come certi indiani.

[1]     La domanda è del giornalista Rino Negri pubblicata sulla «Gazzetta dello Sport».

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